lunedì 21 marzo 2011

Venezia, la danza della Via della Seta

Amira Németh al Venice Dance Festival © Alessandro Voltolina

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Danze Persiane. Bollywood. Flamenco Orientale. Bellydance Turco. Balli sciamanici. Tribal Bellydance Emozionale. Fusione Cinese. Danze Zingare Turche e Russe. L’Occidente e l’Oriente si scoprono impetuosi innamorati. Un infinito percorso dove ogni luogo diventa fermata e ricerca di un nuovo viaggio, pronto per dare il proprio contributo alla perfezione della fertilità e della trasformazione. La Danza si svela come arte essenziale per trasportare la fragranza del pensiero collettivo.

Per il secondo anno consecutivo, il Lido di Venezia si è trasformato nella capitale dell’arte della danza, con performance di artisti internazionali giunti da tutto il mondo. Al Teatro Perla del Palazzo del Casinò, dal 18 al 20 marzo, è andato in scena una nuova edizione del Convegno Internazionale di Danze Orientali, tra workshop e spettacoli coinvolgenti.

“La danza del ventre è la mamma di tutte le danze. È la danza da cui è cominciato tutto. È la danza con cui la donna ha iniziato a essere donna” racconta Marina Dimitrova, in arte Shams, una delle protagoniste del festival, “La mia è una danza balcanica, che affonda le sue radici nella storia ottomana che praticavano i gitani. A differenza della tradizione araba, ha un movimento più veloce e pulito, ed è meno coreografica. Io ascolto la musica. La reinterpreto in ogni esibizione”.

Quando è il turno di Shams di calcare il palco, si presenta vestita di bianco. Si sposta come se ogni istante dello spazio non le fosse sufficiente. La sua ricerca disarciona ogni bussola avvistata nel cosmo traboccante. La musica poi cambia. Il ritmo si fa più incalzante, e lei sale in cattedra come direttrice d’orchestra di nuove emozioni. Pronta a passare il testimone a una nuova contaminazione globale.

Così, dopo un’intensa sosta nell’Europa Orientale (Amira Németh, Shams ed Evelina Papazova), con una significativa incursione in Grecia (Maria Aya), ecco il profumo delle immense distese asiatiche. Sono nell’Uzbekistan. I colori blu della camicia, la gonna lunga bianca e il velo bianco con pennacchio, rendono l’incantevole Schachlo una sposa brindante alla propria felicità, immersa tra festanti carrozze, dove le donne tramandano di madre in figlia i segreti dell’amore.

Senza allontanarmi troppo, sbarco in Cina. Una visione al ciclamino si attanaglia senza freni migratori. Il violino percuote il ventaglio. Estelle Chao indossa il velo come benvenuto. Accompagnatore. Interlocutore. C’è la decisione nel suo sguardo. Come due spade di un’artista dalla grafia simbolica, oltrepassa l’acqua con rette di seta. Senza colpo ferire ad alcun cielo. Nella morbidezza del suo ventre si sente il vento gelido attutito dalla vita che sgorga da una cascata. In circolo. A ripetizione. Perché noi siamo fatti di questo.

Tra un workshop e uno spettacolo, mi affaccio all’energia ancestrale di Francesca Pedretti. Dove l’interazione con le sue compagne della Compagnia De Nuova Luce è uno stimolo ad andare oltre la propria solista felicità. Mentre prova e mostra, sembra quasi nuotare. E nascosta tra le sue mani, fa sparire e riapparire piume invisibili per incidere un testamento che ognuno deve saper trovare dentro di sé.

“Il pezzo che ho proposto durante lo spettacolo è ispirato al celebre dipinto – la zattera della Medusa (1819 di Théodore Géricault, ndr)–” si racconta Francesca, “come per altri miei lavori, l’idea è nata da un immaginario. Un’idea visiva. Insieme alle mie compagne abbiamo poi elaborato piccole parti coreografate e gesti che richiamano l’opera. Il naufragio. Il mare. Il disastro. Il corpo umano è già eccellente. Nella danza i corpi fanno cose differenti in tempi uguali, e cose uguali in tempi differenti. Io interpreto la danza. Non mi pongo freni. L’istinto deve parlare”.

Nuove storie sorgono. Io sono lo spettatore. Tabula rasa per una nuova e aggiornata memoria. Una favola dove le giravolte hanno sempre un fiore che ti spunta tra i capelli. E da ogni tinta scaturisce un’ulteriore melodia a cui affidare la nostra speranza di un’eterna giovinezza. E le strade adesso sembrano più popolose. E per le strade sembra che da ogni finestra qualcuno ci stia salutando. E il vento di un grande percorso umano non è mai stato così vicino a ciascuno dei nostri sorrisi senza confini.

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