giovedì 16 agosto 2012

Bellydance, what’s going on?

la danzatrice Francesca Calloni
Arte. Ispirazione. Storia. C’è un intero mondo dentro e fuori le interpreti della Danza Orientale.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Ma per qualcuno è ancora e solo una pratica dove la donna esibisce parte del proprio corpo per sedurre l’altro sesso. Una visione retrograda e al limite del ridicolo. Eppure c’è chi la descrive così, e peggio, proibisce spettacoli. In un mondo relegato a immaginari supereroi, associazioni che seguono logiche di parte e una politica del tutto inesistente, i muri continuano ad alzarsi. Ma intanto, in sempre più luoghi nel mondo, una ragazza sta iniziando il suo primo corso di bellydance. Forse non lo sa ancora, ma dietro i suoi primi passi e la sua passione c’è un messaggio di unione tra popoli in grado di fare la differenza.

Busso alla porta. Il mondo della Danza Orientale mi accoglie gentilmente nella persona della danzatrice Francesca Calloni, maestra di 2° grado certificata primo livello format Suhaila Salimpour, Danzeducatrice, nonché insegnante coreografa dell’associazione Contaminadanza. In attesa di vederla esibirsi  domenica 19 agosto (h. 21) a Noale, all'interno della rassegna Rospi in libertà, insieme alle amiche e colleghe Emanuela Camozzi e Cinzia Bonato con i rispettivi gruppi, Dararaqs e Bellymoon, fa un po’ il punto su come si sta sviluppando questa espressione artistica in Italia.

Francesca Calloni, a che punto è la Danza Orientale in Italia? Siamo a un punto cruciale, sia per la qualità dell'insegnamento sia per la qualità del “prodotto” (mi si passi il termine). Dalla seconda metà degli anni ‘90 l'offerta di corsi di danza orientale è aumentata in modo esponenziale fino ad arrivare alla situazione odierna con un numero incredibile di insegnanti e corsi sparsi in tutto il territorio. Non è aumentata allo stesso modo la professionalità delle insegnanti che tengono molti di questi corsi. È ancora diffusissima infatti l'idea che siccome – è una danza naturale –, la componente tecnica passa in secondo piano e non è quindi necessaria una grande formazione per poter trasmettere ciò che magari si è imparato solamente sei mesi o un anno fa. Il secondo bivio riguarda appunto il “prodotto”, cioè che tipo di danza possa scaturire da un approccio spesso dilettantistico non da parte delle allieve ma delle insegnanti, che per prime assimilano questa danza all'esibizione, e non all'espressione e alla comunicazione (per me elementi fondanti dell'arte della danza). Siamo quindi in un momento in cui dobbiamo decidere se vogliamo portare la danza orientale nell'Arte o nell'esibizionismo.


Quanto è, o non è conosciuta la danza orientale in Italia rispetto ad altri paesi europei? Prima di rispondere è necessaria un precisazione. In Italia la danza orientale è ormai “nota” dalla metà degli anni Ottanta quando iniziarono a nascere le prime scuole. Oggi la danza orientale (anche se ancora “danza del ventre”) è entrata nell'immaginario dell’uomo comune come si suol dire. Ciò su cui forse si deve ragionare è in che modo l'abbia fatto.

Si perché ormai anche in Italia esistono moltissime realtà valide e radicate nei territori che propongono percorsi didattici legati alla danza orientale, ma ancora troppo spesso queste stesse realtà hanno difficoltà a portare all'esterno della cerchia di “adepti” la visione artistica di questa danza e il grado di impegno e serietà necessari perché venga vista non come “danza per il sultano” ma come espressione coreutica di altri popoli.

L’Occidente è ancora ostaggio dell’Orientalismo. A questo in Italia si lega il machismo di fondo che ha difficoltà ad ammette/permettere alle donne uno spazio di espressività proprio, che non faccia del corpo femminile e dello sguardo dell'altro, il fulcro e il fine della danza. La donna che non “usi” il proprio corpo, ma che ne faccia lo strumento della propria espressività è ancora destabilizzante, e a mio parere per cambiare tutto ciò serviranno ancora anni, e servirà soprattutto che le donne stesse escano da questa logica dell'apparire per esistere.


Lei è stata direttamente toccata dalle recenti critiche mosse alla danza orientale. Ha qualcosa da dire al riguardo? Avrei molto da dire al riguardo e sì, sono stata toccata dalle critiche ma non perché mi sono sentita chiamata in causa sul titolo personale. Io ho scelto già da qualche anno che tipo di danza voglio proporre e tramettere a chi decide di seguire i miei corsi, ma la polemica è partita da una generalizzazione “immaginaria” e svilente per chiunque faccia questa professione.

Non si è parlato infatti di un gruppo specifico che non fosse adatto a esibirsi per le famiglie, ma del genere tutto, tra l'altro affiancandolo erroneamente al Burlesque (che trovo intrattenimento molto interessante quando fatto a un certo livello), insinuando una qualche relazione tra le due attività. Quindi mi sono sentita chiamata in causa. Per vedere esattamente ciò che ho da dire basta andare a leggere la letta aperta nella pagina del blog della nostra associazione (Contaminadanza, ndr).

Che cos'è la danza orientale per lei? La danza è VITA, nel senso più grande e allargato del termine. La danza orientale è diventato il mio linguaggio preferito, ma la danza comunque tutta, quando è intesa come movimento che esprime è per me fonte di ispirazione, riflessione, commozione, esaltazione. Devo ringraziare in questo Franca Zagatti e il corso per danzeducatore del Mousikè di Bologna, che mi ha introdotto al pensiero di Laban, e della danza educativa, della danza come strumento della crescita personale, come linguaggio altro che si può usare quando le parole diventano troppo poco.

Treviso, Turkish Delight - danzatrici dell'associazione Contaminadanza © Luca Ferrari
Treviso, Turkish Delight - danzatrici dell'associazione Contaminadanza © Luca Ferrari
Treviso, Turkish Delight - danzatrici dell'associazione Contaminadanza © Luca Ferrari
Treviso, Turkish Delight - danzatrici dell'associazione Contaminadanza © Luca Ferrari
Treviso - Turkish Delight, la forte interpretazione in stile Orientango di Francesca Calloni © Luca Ferrari

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